Le luci della Prospettiva

Come non tutti sanno, Radio Telefunken nasce ospite su altro dominio. C’è un altro blog con questo nome e con alcuni scritti in comune. Tutta robaccia mia. Oggi mi sono fatto un giro in quel casermone di cemento abbandonato che era il vecchio Radio Telefunken e ho deciso di ripescare e ripostare questo racconto di vita vissuta. Senza cambiamenti, così come lo scrissi, a caldo, qualche tempo fa. Buona lettura e buona notte.

L’aria gelida delle tre di notte sbatte sulla mia polo italiana e il vento freddo ci spinge nel primo coffee aperto davanti ad un tè con dentro quattro bustine di zucchero e un caffè rigorosamente amaro. Dopo aver avidamente vuotato le tazze, il giubbottino sportivo che indosso ce lo mettiamo come coperta, così sono senza e le braccia per il freddo le sento sempre meno, ma a chi importa?

A me no, forse a lei sì, me lo deve aver chiesto anche un paio di volte ma da come sta dormendo ora non ho il coraggio di toglierle quel riparo. Tutto è così calmo, nel locale ci siamo solo noi due e quattro camerieri che si fanno compagnia. Fuori non si sente nemmeno il rumore delle macchine che di solito intasano le vie. Sono fermo, semi sdraiato sul divanetto del coffee, sto bene, ho quasi sonno. Ci sono quei momenti in cui stai per cadere addormentato ma qualcosa te lo impedisce: un pensiero, una sensazione, un cuscino troppo caldo o una coperta piena di pieghe. Comincio a muovermi pur facendo attenzione a non svegliarla. Dov’è finita la serena quiete di prima? Dove il sonno che pian piano mi stava trascinando a sé? Così, mentre mi pongo queste domande, qualcosa mi lacera: una fiammata, di quelle che partono dallo stomaco, te lo stritolano e poi salgono verso il viso e le orecchie che diventano rosse e calde. Una domanda a cui non riesco a darmi risposta: cosa mi aveva detto mentre camminavamo sulla Prospettiva? Io ricordo solo di averla baciata, da Ligovskij fino a Kazanskij, e poi ancora. Eppure c’era qualcosa, ne sono certo, devo ricordarlo, ora ora… Ma il suo volto nascosto sotto il mio braccio, nascosto ma non abbastanza da impedirmi di vedere i suoi occhi chiusi, le sue labbra distese, la sua fronte serena, mi fa dimenticare tutto. Per non so quante ore stiamo così, ho freddo, fame, sonno ma non sono mai stato meglio. E poi quella punta di infelicità se ne sta andando via piano piano, chissà che era. Chiudo gli occhi e mi addormento abbracciato dal profumo dei suoi capelli.

Fuori c’è già un po’ di luce e la metro dovrebbe riaprire a momenti, ci svegliamo e usciamo. Sono infreddolito e intorpidito dalla dormitina, sulla Prospettiva non c’è quasi nessuno, un po’ di polìs ogni tanto ma c’hanno sonno anche loro, e poi io ho il mio lasciapassare biondo con me – ci vediamo al metal detector della metro domani mattina, stronzi. Piazza Vosstanija dorme, pensare che di giorno è sempre piena di macchine che si infilano fra corsie inesistenti e precedenze esistenti non rispettate; ma in Vosstanija non ci andiamo proprio, ci fermiamo qualche decina di metri prima per entrare in metro a Majakovskaja. Scale mobili infinite come al solito e siamo sulla banchina, qualche bacio, a domani.

Le porte della metro si chiudono con un rumore insolito, il treno mi guarda mentre parte, i passanti – pochi, pochissimi – si girano verso di me; le luci si spengono, rimane soltanto una lampadina che funziona male calata con un cavo nero sopra la mia testa. Non si vede altro. Quella fiammata… mi sento sott’acqua a mille metri di profondità e poi sopra una montagna a seimila metri d’altitudine. Tutto è così opaco: i volti della gente, le scritte in cirillico, le piastrelle del pavimento…  Improvvisamente ricordo: Australia. Ecco cosa mi aveva detto: due settimane e parto per l’Australia. Le luci si riaccendono, i passanti tornano a camminare, il treno si allontana con un cigolio più stridente del solito. Sulle scale mobili non penso a niente, proprio a niente, eppure credevo fosse impossibile non pensare a nulla nulla. Insomma, anche quando non pensi nulla hai comunque un’immagine, una parola, una canzoncina che ti passa per la testa.  È impossibile non pensare. No, non lo è. Passano due minuti o forse venti, forse mi sono fermato dopo la prima rampa di scale, la gente mi ha urtato, mi ha rimproverato, mi ha urlato di spostarmi, di non stare lì impalato, e io non ho sentito. Passa il tempo che passa e sono fuori.

L’aria fredda della Prospettiva mi accarezza il volto e io capisco, Maria, che questo è l’unico amore che mai potremmo avere.

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Informazioni su jack rebussi

Milano, 1994. Amo Milano anche se l'ho tradita con Londra per sei mesi prima di iscrivermi all'università. Che poi in "università" vera e propria non posso dire di essermi iscritto, cioè, alla fine mi danno una laurea ma la Civica Scuola Interpreti e Traduttori è una cosa un po' a parte e non mi dispiace.
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