Ti rispondo non rispondendoti

L’Articolo 64 è il più famoso di tutti: Regole generali per l’interrogatorio. E quante volte l’abbiamo sentito pronunciare dal poliziotto di turno nel telefilm delle sette di sera: ha la facoltà di non rispondere. Purtroppo al di fuori delle procedure penali questo articolo 64 prende il nome di paraculismo, antica disciplina – probabilmente di matrice italica – con la quale tutti noi ci siamo scontrati una volta nella vita in qualche discussione. Fortunatamente è ben difficile paracularsi in maniera convincente, ci vuole una certa abilità nel riuscire a non rispondere ad una domanda posta da un interlocutore seduto davanti a noi.

Grazie a Dio messaggini – Whatsapp, Viber, WeChat – e Social Network giungono in nostro soccorso. Ogni giorno, sempre di più, migliaia di persone si avvalgono della facoltà di non rispondere. La non-risposta è la nuova risposta, e parla molto più di qualsiasi frase. Per noi onesti interlocutori multimediali hanno anche inventato il segnalino “visualizzato” dopo un messaggio inviato ma nemmeno la tecnologia ha potuto frenare quest’ondata di anti-risposta, semmai l’ha resa una pratica ancora più sfrontata. “Eh scusa se non ho risposto ma non l’ho visto” bugia! C’era scritto visualizzato! Ah, almeno è una piccola rivincita, perché rispondere non è dovuto ma almeno è cortese.

Le conseguenze nella vita reale sfiorano il dramma: la facilità di ovviare ad una domanda scomoda – vuoi uscire con me? Perché non rispondi? Hai fatto quella cosa? Scrivimi quando puoi, ecc. – aumenta proporzionalmente la difficoltà nell’affrontare le stesse domande faccia a faccia. Così assistiamo a patetiche scene di mutismo o a sguardi sconvolti che cercano una via di fuga virtuale di fronte a semplici domande delle quali si conoscono benissimo le risposte.

L’incapacità di rispondere, di prendere atto e responsabilità delle proprie parole, è l’ennesima crisi dell’Io Contemporaneo ormai privo di sicurezze. Perfino le nostre risposte ci appaiono estranee e complesse, le relazioni personali devono essere statiche per essere sicure poiché di fronte alle possibilità aperte da una domanda l’Io entra in crisi trovandosi completamente libero e, di conseguenza, completamente solo nelle decisioni. Per questo non rispondere appare così facile, così veloce e così indolore per chiudere una questione delicata.

L’epilogo peggiore di questa crisi è la risposta che non rispecchia la nostra volontà quanto lo scenario più plausibile per non dispiacere l’altra parte; si risponde quello che si pensa il nostro “inquisitore” possa voler sentirsi dire innescando così una catena ancor più complessa di spirali psicologiche delle quali non so fornire un’adeguata spiegazione.

Il discorso vale anche al contrario: spesso è comodo nascondersi dietro ad uno schermo per domandare senza doversi esporre; si può anche velare un’intenzione seria con uno smile che ne attacchi la serietà o scrivere subito dopo una frase di altro carattere per fornire una facile via di fuga al nostro interlocutore. Un esempio:
“Ciao, come va? Ti va di uscire con me domani sera?
Comunque oggi a scuola una vera noia la verifica…”
Questa crisi genera addirittura situazioni come questa che risultano paradossali, se non comiche: chi chiede è spesso il primo a non voler sentire la risposta.

La soluzione? Cercare di valutare l’importanze delle cose, imparare a pesare il significato di quello che andiamo a chiedere. Vi sono questioni che non possono essere affrontate virtualmente, esse richiedono una chiaccherata al bar o, se proprio non potete, una telefonata.

E comunque di paraculi ce ne saranno sempre in giro, quindi non disperatevi e, ogni tanto, paratevi il culo pure voi, ma senza abusarne.

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Grazie a Dio “La Grande Bellezza” non è di Fellini

Sorrentino non è Fellini, e grazie a Dio. Sorrentino non ha dipinto la Roma anni ’60 dell’Italia in pieno boom economico e, ancora, grazie a Dio. Grazie a Dio perché di Fellini ce n’è già stato uno e c’ha cagato il cazzo abbastanza. Non fraintendetemi, Federico Fellini ha un posto d’onore nel Pantheon dei più grandi registi, capolavori come La Dolce Vita e  rimarranno per sempre nella storia del cinema italiano e non; anche se le sue opere da decenni servono a centinaia di pseudo-intellettuali per provarci con qualche signora e il Satyricon è una merda di film che ben si presta a chi vuol far vedere di saperla lunga. Ma, come dicevo, fortunatamente Sorrentino non è Fellini e nemmeno ci prova ad esserlo. Certo, fare parallelismi per affossare il valore de La Grande Bellezza fa sempre comodo per chi cerca metodi di masturbazione alternativi: la Roma di Sorrentino è popolata da personaggi squallidi, volgari, insulsi… quella di Fellini era la magia della Capitale dove il salcazzo si fondeva con il nonsocosa. Ma per piacere Signori, suvvia. Non credo che Sorrentino avesse l’intenzione di ricalcare – per la milionesima volta – la traccia della Roma anni ’60 ma a fine pellicola s’è accorto d’averci infilato gli iPhone in alcune scene: “eh vabbe’ dai, diciamo che è il 2013”.  La mondanità moderna è il soggetto de La Grande Bellezza e l’obiettivo è centrato. È l’Italia che piace agli stranieri, quella che vive in Europa ma tiene un forte legame con le tradizioni, un paese ancora provinciale che s’è svegliato improvvisamente con addosso grandi città, metropolitane, treni ad alta velocità, industrie…
I personaggi sono così veri che fanno male. Jep Gambardella è interpretato magistralmente da Servillo e i suoi sbuffi di fumo si disperdono come rondini nell’atmosfera semibuia di locali o di stanze con le tapparelle abbassate. Verdone interpreta uno scrittore-drammaturgo senza grandi successi alle spalle, ci prova da dieci anni con la classica fighetta d’oro italiana: te la tengo sotto il naso così ti fai il culo per me ma poi appena trovo un cazzo libero mi ci fiondo sopra. Insomma, non saranno aulici, non saranno forbiti, non saranno nemmeno originali ma chissenefotte: sono veri.
Paragonare La Grande Bellezza La Dolce Vita è come paragonare 2001: A Space Odyssey con Star Wars perché entrambi sono ambientati nello spazio. Sorrentino ha dipinto la sua Roma, i suoi vizi, la sua notte, le sue feste e i suoi scorci magnifici che la rendono la città più bella del mondo. Oddio, manca la Fontana di Trevi con una bionda che si bagna le gambe, però si vedono molte tette. Che volgare Sorrentino.

Di commenti e recensioni negative su Internet ce ne sono a palate, intanto La Grande Bellezza ha vinto un Golden Globe ed è in nomination per l’Oscar. L’Italia è geniale, forse per questo c’è chi gode a criticarla, anche a costo di tirarsi la zappa sui piedi da solo.  Immagine

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2001: A Space Odyssey: fra Nietzsche e Heidegger

2001: A Space Odyssey è il mio film preferito. E sarebbe stato anche uno dei film più noiosi che abbia mai visto se Bela Tarr non avesse deciso di fare il regista. “Perché è un bel film?” è la domanda a cui proverò a rispondere nelle righe seguenti, contemporaneamente troverete anche la risposta a “perché è un film noioso?”. Per farlo mi sono avvalso della collaborazione del mio (ex) docente di filosofia – ai tempi in cui scrissi il pezzo ero ancora un pre-maturato – che ha redatto la terza parte dell’articolo così strutturato: trama in breve, osservazioni, osservazioni filosofiche.
Ovviamente l’ipercritico di turno avrà da obiettare (leggere con voce di bambino che fa la spia alla maestra): – Ma Reeeebuuuussiii, 2001: A Space Odyssey ha più di un significato filosofico, va oltre Nietzsche e Heidegger! -. Ma ipeeeercriiiticoooo, ovvio! Stai leggendo un post pubblicato su un blog privo di qualsiasi senso estetico, gratuito e accessibile senza registrazione; se vuoi informarti meglio per poterti pavoneggiare di fronte a quattro amici ignoranti comprati un libro, braccino corto.
Per tutti gli altri, buona lettura.
Alba dell’umanità: un gruppo di scimmie trova – o viene trovato? – da un monolite nero, il contatto con esso trasmette ai membri di questa piccola tribù una capacità intellettiva superiore. Essi sfrutteranno questa nuova dote per imporsi nel regno animale grazie all’invenzione della prima arma: un osso utilizzato per percuotere i nemici. Milioni di anni dopo, esattamente nel 2001, il dottor Floyd visita la base lunare Clavius dove è stato rinvenuto un monolite, alla vicinanza degli scienziati questo emette un suono acuto che uccide i presenti. Un anno e mezzo dopo tre astronauti sono in missione verso Giove, il controllo è affidato ad Hal 9000, potentissimo calcolatore in grado di interagire con gli esseri umani e, forse, di provare emozioni. Hal però commette un errore, i membri dell’equipaggio insospettiti decidono di disattivarlo. Il calcolatore cerca di difendersi uccidendo gli astronauti, Bowman solo sarà in grado di sopravvivere e di spegnere definitivamente l’intelligenza artificiale. In seguito nei pressi di Giove comparirà dal nulla il monolite che proietterà Bowman in un viaggio psichedelico attraverso lo spazio e il tempo, egli si ritroverà in una stanza settecentesca dove in poche riprese invecchierà fino all’attimo della morte. Poco prima di morire farà la sua ricomparsa il monolite nero, Bowman con le ultime forze alzerà un dito per indicarlo, quasi cercando di attirarlo a sé: dal letto egli rinascerà sotto forma di feto cosmico dirigendosi poi verso la Terra.
 Il film, per stessa ammissione di Kubrick, è un’opera epica incentrata sul progresso dell’uomo; se a prima vista il carattere può sembrare illuminista, Kubrick smonta subito l’idea di Ragione come progresso in migliorare ponendola eterodiretta anziché autodiretta: l’uomo viene guidato da una forza aliena, egli è una specie di marionetta. La Ragione inoltre coincide con la nascita della violenza che non è propria esclusivamente dello stadio primitivo dell’uomo, infatti un collegamento fra l’Alba dell’umanità e il 2001 è piuttosto chiaro nel nome della base lunare: Clavius, palese richiamo all’arma della scimmia. Il nome completo di Hal 9000, Heuristic ALgoritm, è già un presagio della sua imperfezione e del suo futuro fallimento: un algoritmo euristico infatti non rappresenta la soluzione ottimale per un problema quanto la soluzione che più si avvicina al quesito posto. Kubrick demistifica sia la Ragione umana sia quella razionale di un calcolatore, massima espressione della tecnica ingegneristica. 2001: A Space Odysseyoltre che opera epica può essere considerata un’esperienza visiva, innumerevoli infatti sono i richiami nel film a questo tipo di percezione. Non a caso le scimmie scoprono l’utilizzo bellico della clava mediante l’associazione di immagini mentali: il processo cognitivo non è frutto di un pensiero elaborato bensì di un banale collegamento visivo. Addirittura lo stesso Hal apprenderà del piano di disattivazione leggendo il labiale degli astronauti piuttosto che attraverso un processo logico. Del resto la raffigurazione dell’occhio ritorna continuamente in tutto il film: gli occhi delle scimmie e dei ghepardi che brillano nel buio, la cupola della base Clavius che si apre come un’iride, l’occhio rosso di Hal 9000, gli occhi spalancati di Bowman durante il viaggio allucinante e gli occhi del feto cosmico dell’ultima scena. 2001: A Space Odyssey propone anche uno spunto di carattere filosofico, in particolare in merito alla filosofia di Friedrich Nietzsche.
I temi filosofici presenti nel film sono molti: l’origine e il senso delle cose, il problematico rapporto uomo/macchina, l’innato desiderio umano di conoscenza, il mistero di Dio, più alcuni riferimenti al pensiero di Friedrich Nietzsche (l’Übermensch – il “superuomo” o “oltreuomo”) e a quello di Martin Heidegger (il ruolo della scienza e della tecnica).Il riferimento a Nietzsche emerge fin dalla prima scena che, come recita il sottotitolo, mostra “l’alba dell’uomo” e del mondo. Il lento sorgere del sole è accompagnato dall’introduzione (L’enigma del mondo) del poema sinfonico di Richard Strauss “Così parlò Zarathustra” (1896), ispirato appunto allo scritto omonimo di Nietzsche: la prima a levarsi è una lunghissima e grave nota dell’organo, che evoca, nel buio della notte, il mistero delle origini; al suono dell’organo si sovrappongono, progressivamente, la base armonica degli archi e la melodia solenne delle trombe accompagnata dai timpani, fino al colpo di piatti finale, quando la luce del sole rischiara il cielo.Sulla Terra, gli ominidi si aggirano, incuriositi, attorno a un monolito nero: la sua misteriosa energia li trasforma in uomini, accrescendone l’intelligenza e modificandone l’aspetto fisico. E gli uomini imparano a conoscere e dominare l’ambiente naturale per mezzo della scienza e della tecnica, manifestando una forte aggressività. Scienza e tecnica portano l’uomo anche alla conquista dello spazio: ecco allora la storia dell’astronave Discovery, che nel 2001 è diretta verso Giove. Il suo equipaggio deve chiarire l’enigma del monolito che, ricomparso sulla Luna, invia segnali radio proprio in direzione di Giove. Il viaggio della Discovery, accompagnato dalle note del Danubio blu (1867) di Johann Strauss figlio, è drammatico: il computer Hal 9000 che governa l’astronave e che pare dotato di coscienza come un uomo, si ribella all’equipaggio, uccidendone tutti i componenti, tranne uno, D. Bowman: questi si salva disattivando proprio Hal, non senza provare apprensione (Hal è davvero un’entità cosciente, o solo un computer molto sofisticato?). Poi, abbandonata la Discovery, Bowman parte a bordo di una capsula verso mondi lontanissimi e si spinge, come recita un altro sottotitolo, “verso l’infinito”. Finalmente Bowman arriva su un pianeta sconosciuto, in un appartamento molto simile a quelli terrestri. Qui, invecchiato e steso sul letto di morte, vede il monolito, la cui energia lo trasforma in qualcosa di diverso dall’uomo: uno degli ultimi fotogrammi mostra infatti un embrione che osserva la Terra dallo spazio, mentre le note dello Zarathustra di R. Strauss ritornano a suonare. Nel romanzo, il neonato che, un tempo, era stato l’uomo D. Bowman e che ora contempla la Terra dallo spazio, si serve dei suoi nuovi poteri per distruggere, con la sola forza del pensiero, una batteria di missili appena lanciata dagli uomini. È questo un modo in cui Clarke e Kubrick hanno immaginato il “superuomo” di Nietzsche, identificandolo con una sorta di umanità del futuro, dotata di straordinari poteri mentali, forse pacifica e capace di trascendere il tempo e lo spazio. Il superuomo dello Zarathustra di Nietzsche è però una figura più complessa, e per certi versi sfuggente. Si tratta di un’umanità futura che vivrà in modo libero e creativo? Oppure sarà un gruppo ristretto di uomini, capace di imporsi sugli altri? In passato, gli studiosi di Nietzsche hanno proposto l’una o l’altra di queste interpretazioni. Oggi la tesi più diffusa vede nel superuomo una figura che si staglia nell’orizzonte del futuro (perciò, Gianni Vattimo traduce Übermensch con “oltreuomo”) e che, dopo la cosiddetta “morte di Dio” (l’espressione con cui Nietzsche indica la scomparsa della metafisica occidentale e quindi di ogni valore assoluto), supera il nichilismo (la tesi filosofica per cui nulla ha senso) esercitando la “volontà di potenza”, cioè ponendo personalmente una scala di valori etici relativi. Perché il superuomo li pone? Proprio per dare un senso, almeno provvisorio, alla realtà. In quest’ottica, si può parlare del superuomo solamente a condizione che Dio non esista (“Dio è morto; Dio resta morto”, ripete Nietzsche in La gaia scienza). Tuttavia, il filosofo esistenzialista M. Heidegger ha sostenuto che la tesi della “morte di Dio” non implica necessariamente l’ateismo, bensì solamente la fine di un certo modo di pensare Dio, quello tipico della metafisica occidentale, e che perciò nell’uomo rimane sempre viva l’attesa di Dio. È un’osservazione interessante, che si riallaccia ai Contributi filosofici dello stesso Heidegger, risalenti al 1936-1938 e rimasti inediti a lungo: qui, Heidegger ha parlato dell’“ultimo Dio”, un Dio che è “tutt’altro” rispetto a quelli del passato, anche rispetto al Dio cristiano. Come può la metafisica occidentale, si chiede Heidegger, descrivere appieno il mistero di Dio? Dio è piuttosto l’Indicibile e Colui che, del tutto liberamente, si mostra all’uomo ma anche, allo stesso tempo, gli si nasconde. Così, sostiene Heidegger superando il nichilismo e l’ateismo in cui egli stesso è rimasto invischiato, l’uomo deve accettare i propri limiti di creatura, proprio per aprirsi più facilmente a quel Dio che, venendogli incontro, gli si svela parzialmente, “trasfigurando” la sua storia. Tutto ciò può avvenire, però, solo a patto che l’uomo non rimanga prigioniero della prospettiva che gli è offerta dalla scienza e dalla tecnica, che è ricca ma allo stesso tempo angusta, poiché tende a eliminare ogni bisogno dall’animo umano. Forse è proprio questo, ciò cui rimanda l’immagine del monolito di Kubrick: il Dio misterioso, che tuttavia si svela, almeno in parte, all’uomo, e che, se viene da lui accolto, lo rigenera, lo trasfigura.
Qui sotto riporto il sito personale del Professore Giulio Piacentini dove potete trovare materiale e riflessioni di spunto filosofico ad opera del docente:
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